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Accusare ingiustamente la Cina di manipolare il proprio tasso di cambio è un esempio tipico di unilateralismo

7 Agosto 2019 News Orient Express


Martedì 6 agosto, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito la Cina tra i “manipolatori del tasso di cambio”. Questa etichetta non solo non corrisponde agli standard quantitativi – elaborati dallo stesso dipartimento – usati per valutare i cosiddetti “paesi che manipolano il tasso di cambio”, ma è anche un comportamento unilaterale e protezionistico, che viola gravemente le normative internazionali e che ha un impatto notevole sull’economia e sulla finanza globali.
Nel maggio scorso, il Dipartimento del Tesoro Usa aveva rilasciato un rapporto, secondo il quale, la Cina corrispondeva soltanto a uno dei tre standard quantitativi, ossia quello relativo al surplus commerciale superiore a 20 miliardi di dollari l’anno nei confronti degli Usa. Nel rapporto non era espresso quindi alcun giudizio sulla eventuale manipolazione del tasso di cambio finalizzato a procurare dei vantaggi competitivi ingiusti nel commercio. Tuttavia, a soli due mesi dal rapporto, il dipartimento ha modificato completamente le proprie conclusioni contraddicendo quanto affermato in precedenza, cosa questa che è tipica di un atteggiamento pragmatico in cui si usa quello che fa comodo e si scarta quello che invece non corrisponde alle esigenze del momento.
Secondo quanto stipulato dalla WTO e dal FMI, quest’ultima organizzazione è l’istituzione che si occupa nello specifico della gestione a livello internazionale del tasso di cambio e le sue osservazioni specialistiche sono usate come premessa e base per verificare se un paese ha manipolato il proprio tasso di cambio. Al contrario, gli Stati Uniti non sono affatto autorizzati a valutare unilateralmente la valuta dei terzi paesi. Durante i negoziati sulla quarta clausola del FMI nei confronti della Cina appena conclusi, il FMI ha riferito che il tasso di cambio del renminbi (CNY) è complessivamente conforme a quanto emerso dalle analisi della situazione economica generale. Le autorità americane hanno violato le normative multilaterali, e trascurato le valutazioni fatte da organismi autorevoli, etichettando a loro discrezione la Cina come “paese manipolatore del tasso di cambio”. Questo tipico esempio di unilateralismo e protezionismo rivela l’atteggiamento egemonico degli Usa che vedono sé stessi come l’unica superpotenza del mondo.
Gli obiettivi reali degli Stati Uniti consistono principalmente nel continuare a esercitare al massimo pressione sulla Cina, interferendo nelle previsioni del mercato e comprimendo l’economia cinese. Tuttavia questa soluzione danneggia gli interessi di entrambi i paesi, provocando non solo turbolenze nel mercato finanziario, ma ostacolando anche il commercio internazionale e la ripresa economica globale.


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