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Cina ed economie emergenti, “trappola del debito” o “torta dello sviluppo”?

11 ottobre 2018 News Orient Express


In un suo recente intervento, il vice presidente Usa, Mike Pence, ha attaccato la Cina su tutti i fronti, accusando Beijing di voler legare a sé alcuni Paesi in via di sviluppo servendosi della “trappola del debito”. Pence ha aggiunto che gli Usa saranno in grado sostituire la Cina, offrendo a questi Paesi un’altra opzione.

La Cina ha davvero teso una trappola a queste economie in via di sviluppo? Cerchiamo di vederlo insieme.

In riferimento al tema della “trappola del debito”, lo Sri Lanka è certamente l’esempio più citato dai media occidentali. Lo stesso Pence ha detto che questo Paese insulare si è accollato un’enorme quantità di debiti per consentire alle imprese cinesi di costruire il porto di Hambantota, dal “sospetto valore commerciale”. Il vice presidente Usa ha aggiunto che Beijing ha esercitato pressioni e chiesto allo Sri Lanka di accettare il controllo del nuovo porto da parte delle autorità cinesi, che ne faranno un avamposto per la propria marina militare.

In realtà, secondo i dati rilasciati dalla Banca Centrale dello Sri Lanka, i prestiti provenienti dalla Cina occupano solo circa il 10% del volume totale del 2017, e tra questo 10%, il 61,5 si riferisce a prestiti preferenziali con un tasso d’interesse più basso rispetto agli standard del mercato internazionale. Il premier dello Sri Lanka,Ranil Wickremesinghe, ha affermato pubblicamente che il Paese non è caduto nella “trappola dei debito” cinese. L’accordo per la gestione e lo sviluppo del porto di Hambantota, firmato tra le imprese cinesi e le autorità dello Sri Lanka, è in realtà un progetto cooperativo bilaterale che si fonda sui principi di parità e mutuo vantaggio. Questo progetto mira a fare di questo porto un centro logistico affacciato sull’Oceano Indiano, a promuovere lo sviluppo economico dello Sri Lanka insieme ai contatti e agli scambi con la Cina. Si prevede che, nel 2020, i guadagni portati da questo porto costituiranno il 40% dei redditi governativi, creando occupazione diretta per 10mila persone più altri 60mila di posti di lavoro indiretti. Gli internauti dello Sri Lanka hanno speso ottime parole nei confronti di questo progetto grazie al quale il Paese è finalmente riuscito a creare cose positive”.

Il piano commerciale tra Cina e Sri Lanka, in realtà caratterizzato da interesse reciproco e mutuo vantaggio, è divenuto agli occhi di Pence una sorta di “vendita e acquisto forzato”, dipinto a tinte fosche e dal colore militaresco. Tuttavia, le parole del vice presidente Usa svelano un punto di vista tipicamente egemonico. È chiaro a tutti che gli Stati Uniti dispongono di oltre 800 basi militari in oltre 70 Paesi e che è difficile per loro affrontare con un atteggiamento normale il tema della cooperazione commerciale tra le altre nazioni.

Oltre allo Sri Lanka, anche Pakistan, Filippine, Venezuela, Gibuti e Papua Nuova Guinea sarebbero caduti in questa nella “trappola del debito”, con la caratteristica comune che però tutti questi Paesi desiderano prendere parte all’iniziativa cinese “One Belt, One Road”.

In realtà, tutti i progetti di cooperazione tra la Cina e gli altri Paesi in via di sviluppo sono una dolce “torta di sviluppo” poiché si fondano sui principi di “discussione, costruzione comune e condivisione”. Vale la pena di ricordare che fino a settembre scorso la Cina aveva già firmato 149 accordi governativi con 105 nazioni e 29 organizzazioni internazionali, interessate al progetto “One Belt, One Road”. Dal 2013 al 2017, il volume totale import-export tra Cina e i Paesi suddetti ha raggiunto quota 3.320 miliardi di RMB, con un aumento del 4% su base annua.

Nel suo discorso, Pence ha affermato che gli Usa offriranno ai Paesi in via di sviluppo “un’opzione corretta e trasparente”, tuttavia dietro le “vere bugie” del governo americano, si cela una tipica mentalità egemonica.

Nelle procedure di cooperazione con l’estero, sia degli Usa che della Cina, se le persone potessero considerare in modo razionale le modalità di aiuto di quest’ultima nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, potrebberocomprendere meglio i “principi dei cinque no” sottolineati dal presidente Xi Jinping nel corso del Summit di Beijing sulla cooperazione sino-africana. In accordo a tali principi, la Cina è decisa a non intervenire nella scelta della strada di sviluppo che i Paesi africani opereranno in accordo alla loro situazione. Inoltre, la Cina non interferirà negli affari interni dell’Africa, non imporrà le proprie opinioni ad altri Paesi, non aggiungerà alcuna condizione alla sua politica di assistenza e non finanzierà o investirà nei Paesi africani per il proprio tornaconto politico.

Dunque, nei confronti dei Paesi africani, la Cina adotta esattamente lo stesso atteggiamento che caratterizza i suoi rapporti con le altre nazioni del mondo.


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