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La guerra commerciale ha sacrificato la sua prima vittima

6 agosto 2018 News Orient Express


 Il rincaro delle auto tedesche vendute in Cina!

3FA4912A-E26E-4CA5-B680-96FE20E89067 I consumatori cinesi non hanno ancora espresso commenti, gli operai statunitensi, invece, cominciano a essere molto preoccupati. Questa scena, apparentemente difficile da comprendere, si è presentata sullo sfondo della guerra commerciale innescata dall’amministrazione Trump. Le auto tedesche sono diventate la prima vittima della politica tariffaria di Trump: le vittime sacrificali sono le società automobilistiche tedesche che hanno impiantato le loro fabbriche negli Stati Uniti, mentre le vittime potenziali sono i posti di lavoro degli operai statunitensi.

Il 30 luglio, la BMW ha aumentato il prezzo di vendita in Cina di due suoi veicoli utilitari sportivi (SUV), prodotti negli Stati Uniti ed esportati nella Repubblica Popolare, rispettivamente del 4% e del 7%, adducendo come motivo l’aumento dei costi di produzione. Se analizziamo le ragioni che stanno dietro all’aumento dei costi, non è difficile scoprire che il prezzo di parti e componenti acquistati a livello globale per le BMW prodotte negli Stati Uniti è aumentato da quando l’amministrazione Trump ha lanciato la sua offensiva commerciale, imponendo dazi doganali contro più paesi. Come contromisura, la Cina ha imposto il 6 luglio scorso un’ulteriore tariffa del 25% – che andava ad aggiungersi a quella del 15% già applicata – sulle auto importate dagli Usa, per una tassa totale del 40%. Ciò significa che in futuro la quota di mercato in Cina delle auto dei vari Paesi prodotte negli Usa sarà ridotta a causa di fattori legati al prezzo.

Già ai primi colpi della guerra commerciale, quando la Casa Bianca iniziò a riscuotere i dazi su acciaio e alluminio imposti contro i suoi principali partner commerciali, molti analisti previdero che automobili e prodotti elettronici con un alto grado di sviluppo nella catena industriale globale sarebbero stati i primi a dover sostenere le conseguenze delle mosse intraprese dall’amministrazione Trump, diventandone le vittime sacrificali. Questo perché le grandi case automobilistiche a livello globale sono tutte importanti società multinazionali che impiantano fabbriche in tutto il mondo. Secondo l’ultimo elenco pubblicato da Automotive News nel giugno di quest’anno, i 100 principali fornitori di pezzi e componenti auto a livello globale nel 2018 provengono da 17 Paesi, tra cui Germania, Giappone, Canada, Spagna, Corea del Sud, Messico e Cina. Parti e componenti di ogni macchina raggiungono le decine di migliaia di unità, dall’assemblaggio alla produzione (con l’uscita dalla filiera), non si può prescindere dalla precisa divisione del lavoro e dalla cooperazione tra i vari fornitori nella catena industriale globale.

L’impatto della guerra commerciale su qualsiasi piccolo anello della catena dell’industria automobilistica potrebbe turbare l’intera catena industriale. Gli Stati Uniti hanno imposto tariffe sui beni in acciaio e alluminio prodotti in altri Paesi e subito dopo molti di questi hanno adottato delle contromisure. Tutto ciò ha arrecato danni anche a importanti case automobilistiche, come General Motors, Ford e BMW. Il Financial Times ha sottolineato che, in realtà, Donald Trump ha ridotto in brandelli gli accordi internazionali che lui credeva avrebbero danneggiato gli operai statunitensi suoi elettori, al fine di mantenere la promessa fatta in campagna elettorale di riportare posti di lavoro negli Stati Uniti.

Prendiamo di nuovo in considerazione la BMW, che ha il suo più grande impianto di produzione automobilistica nel mondo a Spartanburg, nella Carolina del Sud. Oggi questo stabilimento ha superato tanti brand automobilistici statunitensi, diventando il più grande esportatore di auto negli Stati Uniti, con 9 mila dipendenti. L’anno scorso, il 70% delle auto BMW prodotte nello stabilimento di Spartanburg sono state vendute fuori dagli Usa e circa il 25% è stato esportato in Cina. Il New York Times ha riferito che la BMW aveva scritto una lettera al Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, nella quale affermava che se in futuro i costi di produzione dei SUV BMW fabbricati negli Usa saranno troppo alti, la società prenderà in considerazione la riduzione della scala di investimento e produzione a Spartanburg.

Essendo da nove anni il più grande mercato di consumo di automobili al mondo, la Cina ha sempre goduto delle grazie delle principali case automobilistiche dei vari paesi e non intende rinunciarvi facilmente. Ciò che si legge fra le righe di quanto affermato da Mercedes-Benz e BMW è molto chiaro, ossia: se la guerra commerciale continuerà, sarà inevitabile tagliare la produzione e ridurre il personale negli Stati Uniti.

Il Financial Times, citando le parole di un esperto, ha descritto l’impatto della guerra commerciale sull’industria automobilistica globale come una “tempesta perfetta”. La “perfezione” nella “tempesta” si riferisce al fatto che la combinazione di vari fattori assesterà un colpo fatale all’industria automobilistica globale. Insomma, la palla per fermare la tempesta è nella metà campo della Casa Bianca: per stabilire se i suoi compatrioti saranno salvati dalla tempesta, bisognerà vedere se la Casa Bianca sarà disposta a calciare fuori questo pallone.

  


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