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La Casa Bianca continua ad alzare l’asticella, ma sempre più imprese statunitensi vengono in Cina a parlare di cooperazione

12 Luglio 2018 News Orient Express


La guerra commerciale sino-americana è iniziata da quasi una settimana e la situazione è in continua evoluzione.
La sera del 10 luglio, fuso orario locale, l’ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America ha annunciato un elenco di tariffe aggiuntive del 10% sugli oltre 200 miliardi di dollari di merci cinesi, con la motivazione che “la Cina ha preso contromisure e non ha modificato alcune pratiche commerciali”. A questo proposito, il ministero del Commercio cinese ha dichiarato che è assolutamente inaccettabile che gli Stati Uniti abbiano accelerato la pubblicazione della lista dei dazi. “Per salvaguardare gli interessi fondamentali del paese e della popolazione, il governo cinese si vede quindi costretto, ancora una volta, a prendere le necessarie contromisure”, ha replicato il ministero del Commercio cinese.
Qualora l’elenco di dazi fin qui introdotti dagli Stati Uniti, che passerebbe da 50 a 200 miliardi di dollari, venisse completamente implementato, significherebbe che a più della metà delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sarebbe di fatto impedito l’accesso al mercato statunitense. Questo perché, secondo le statistiche dell’Amministrazione generale cinese delle dogane, le esportazioni cinesi negli Stati Uniti nel 2017 ammontavano a 429,8 miliardi di dollari e se i consumatori americani comprassero beni cinesi presenti nella lista, dovrebbero spendere almeno il 10% in più.
È interessante notare che, mentre le conseguenze del “terrorismo commerciale” della Casa Bianca risultano sempre più evidenti, un numero sempre maggiore di aziende e privati cittadini americani hanno aderito al “fronte anti-terrorismo”. Recentemente, la Cina ha accolto un certo numero di politici e uomini d’affari americani che vogliono avviare una collaborazione di lungo periodo con la Cina.
Lo scorso 10 luglio la famosa società americana di veicoli elettrici ed energia, Tesla, ha firmato un accordo di investimento per un progetto di veicoli elettrici puri con Shanghai, aprendo ufficialmente la sua prima fabbrica oltreoceano in Cina, con una produzione annuale pianificata di 500 mila unità, che potrebbe iniziare ad operare subito dopo il Capodanno cinese del prossimo anno. Mercoledì 11 luglio, il sindaco di Chicago Rahm Emanuel è venuto a Beijing a capo di una nutrita delegazione economica e commerciale per firmare il «Piano di cooperazione quinquennale nelle industrie chiave 2018-2023» con la parte cinese, decidendo di cooperare in settori chiavi come l’industria medica e sanitaria, l’industria manifatturiera avanzata, le tecnologie innovative, i servizi finanziari, l’agricoltura e l’alimentazione e le infrastrutture. Questo è il primo piano quinquennale firmato da amministrazioni locali di Cina e Stati Uniti.
Se, da un lato, la Casa Bianca continua a costruire barriere difensive contro i prodotti cinesi, obbligando i consumatori domestici a spendere di più, dall’altro, rinomate aziende americane vengono in Cina per cercare una cooperazione di lungo periodo. Questa situazione, contraddistinta dalla coesistenza di due realtà tra loro molto contrastanti, riflette il fatto che anche se la Casa Bianca sta facendo di tutto per promuovere il protezionismo commerciale, gli enti locali e le imprese statunitensi stanno utilizzando azioni concrete per opporsi alla guerra commerciale, esprimendo la loro fiducia nel mercato cinese.
In effetti, sia gli ambienti politici e commerciali statunitensi sia la “maggioranza silente delle persone” hanno le idee sempre più chiare sulla natura del “terrorismo commerciale” portato avanti dalla Casa Bianca: non è nient’altro che “egoismo estremo” esercitato dalla Casa Bianca a livello decisionale, che ha come proprio fine esclusivo la lotta tra fazioni politiche e la conquista dei voti, a discapito degli interessi della maggioranza della popolazione. Il Washington Post ha recentemente rivelato che, negli stati in cui il risultato elettorale delle prossime elezioni di medio termine di quest’anno non è scontato, il 78% degli intervistati ritiene che la guerra commerciale contro la Cina non sia favorevole ai prezzi delle materie prime statunitensi. Mentre l’impatto negativo delle misure relative all’aumento tariffario diventa sempre più evidente, un numero sempre maggiori di americani comincia a chiedersi: qual è il destino di un governo irrazionale, quasi folle? E, soprattutto, dove porterà il paese?


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