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I paesi che portano avanti la “politica di appeasement” non eviteranno le ripercussioni della guerra commerciale

9 luglio 2018 News Orient Express


A partire da questo mese, la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump ha ripetutamente suscitato la forte opposizione dei vari paesi del mondo. Dopo che il Canada ha imposto tariffe su prodotti d’importazione statunitensi per un valore di circa 12 miliardi e 600 milioni di dollari e il Messico ha lanciato un secondo giro di contrattacchi, imponendo dazi doganali su 3 miliardi di merci Usa, venerdì 6 luglio, la Cina è stata costretta a imporre tariffe su 34 miliardi di prodotti statunitensi. Lo stesso giorno, anche la Russia ha annunciato che imporrà dazi doganali su una parte delle merci degli Stati Uniti.

Si prevede che in questa guerra commerciale, che riguarda gli interessi di tutte le parti della catena industriale globale, saranno molti i paesi coinvolti. In questo contesto, coloro che sostengono una “politica di appeasement” dovrebbero fare attenzione: agendo così non potranno evitare le ripercussioni della guerra commerciale.

Primo, non puoi “non serbare rancore”

Venerdì 6 luglio gli Stati Uniti hanno pubblicato i dati sull’occupazione relativi al mese di giugno: sono 213 mila i nuovi posti di lavoro, la maggior parte dei quali nel settore manifatturiero. Il presidente Trump ha dichiarato lo stesso giorno di aver ricevuto troppe telefonate: “Ogni paese ci chiama e spera di raggiungere accordi con noi. Le cose si risolveranno”. Alcuni hanno sentenziato che gli Stati Uniti sono i vincitori della guerra commerciale. È davvero così?

Lo stesso giorno, il “New York Times” ha reso noto che il prezzo delle futures della soia Usa ha registrato un calo del 15% dal 25 maggio scorso. Se i redditi degli agricoltori diminuiranno, diminuirà anche il loro potere d’acquisto di materie prime e attrezzature, con inevitabili ripercussioni sulla situazione economica generale.

Come accade per tante altre cose nel mondo, man mano che questa guerra commerciale andrà avanti, le persone dimenticheranno “come è cominciata” e dimenticheranno anche chi ha aperto il fuoco per primo. Adesso le persone hanno bisogno di “serbare rancore”. La “palla” per far terminare la guerra commerciale ora è nella metà campo dell’amministrazione Trump. Sono gli Stati Uniti a dover prendere l’iniziativa.

Secondo, non si può essere soltanto “spettatori”

Secondo le statistiche, fino all’8 luglio, le misure adottate dai vari paesi nei confronti degli Stati Uniti hanno interessato 75 miliardi di dollari di prodotti statunitensi. Di questi, 34 miliardi di dollari di prodotti Usa sono riconducibili alle contromisure applicate dalla Cina. È un po’ come se fosse una “guerra tra due paesi”. Tuttavia, un rapporto di ricerca della Syracuse University mostra che l’87% dei computer e dei prodotti elettronici “made in China” soggetti alle tariffe degli Stati Uniti sono prodotti da società multinazionali che operano in Cina, soltanto il 13% è riconducibile ad aziende cinesi.

Pertanto, in questa guerra commerciale non ci sono “passanti” o “spettatori”, ognuno è protagonista. Di questo aspetto se n’è accorto anche il Giappone, che è rimasto in silenzio per molto tempo. Il 7 luglio, il “Nikkei Asian Review” ha pubblicato una pagina di commento, nella quale afferma che la storia della guerra commerciale lanciata dal presidente degli Stati Uniti Hoover deve essere ricordata ancora oggi. L’articolo ci avverte che questa guerra commerciale farà entrare l’economia globale in una grande depressione.

Terzo, non puoi “colpire a tradimento”

Durante una conferenza stampa congiunta tenuta con il ministro degli Esteri austriaco il 5 luglio, il ministro degli Esteri cinese, nonché membro del Consiglio di Stato, Wang Yi, ha affermato che la Cina si oppone al protezionismo commerciale non solo per salvaguardare i propri interessi legittimi, ma anche per salvaguardare gli interessi comuni del resto del mondo, ivi compresa l’Unione europea. La Cina è ora in prima fila nella lotta contro l’unilateralismo e il protezionismo commerciale, e si auspica che nessuno la colpisca a tradimento.

Una delle principali caratteristiche della globalizzazione economica è la divisione internazionale del lavoro in modo estremamente accurato e altamente integrato nella catena del valore e nella filiera dei prodotti. Tutti i paesi e le regioni sono strettamente connessi l’un con l’altro: se uno di questi prospera, tutti gli altri ne subiranno l’influenza positiva, ma lo stesso vale anche nel caso contrario. L’amministrazione Trump ha lanciato questa guerra non solo per frenare lo sviluppo della Cina, ma anche per dichiarare guerra alla globalizzazione economica.

Nell’ambito di un mondo globalizzato, se un paese fa scoppiare una guerra commerciale, il resto del mondo dovrebbe collaborare per limitare l’influenza negativa che l’unilateralismo e il protezionismo commerciale hanno sulla ripresa e sullo sviluppo dell’economia mondiale, sulla base dei principi di responsabilità condivisa, condivisione dei doveri e condivisione dei benefici.

 


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