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“SLIP OF THE TONGUE”, LA CONSACRAZIONE DEI WHITESNAKE

18 novembre 2016 Mattia Borella


È sempre difficile per una band riuscire a replicare un successo di pubblico, fama e vendite dopo aver sfornato un album come “1987” solamente due anni prima. Ma questa band è riuscita ad abbattere ogni limite, paura e pregiudizio innovandosi senza paura di tradirsi raggiungendo vette impensabili.
Si chiamano Whitesnake e il 18 novembre 1989 pubblicano “Slip Of The Tongue“, il riassunto perfetto del decennio che hanno appena vissuto e dominato, mettendo le basi per il suono degli anni ’90 (che faranno fatica a cavalcare).

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È bastato un inserimento nella formazione, un cero Steve Vai, per portare al suono della band una freschezza ricca di virtuosismi che fino a quel momento non si sarebbe mai immaginata. Il blues delle origini sembra sempre più lontano anche se, come tradizione, il buon David Coverdale tende a tributare se stesso rifacendo anche canzoni del suo recente passato. Un suono nuovo che prosegue quella strana idea di far affermare la band come “i Led Zeppelin degli anni ’80” (ascoltate “Judgement Day“, non ricorda una certa “Kashmir“?), con Coverdale sempre più emule di Robert Plant nell’aspetto, nelle movenze e nella ricerca di alcune vette vocali (che gli costeranno caro negli anni ’90).

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Ma l’album è un tripudio di grandeur, sprigiona pathos da ogni solco e il ritmo incalzante fa trascorrere i 47 minuti che compongono il disco in maniera velocissima, come una scarica di luce in mezzo alla giornata.

MATTIA BORELLA per Radio WE


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